Photog by Peter Vidani
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Il dente del giudizio universale

Capita che a trentaquattro anni suonati ti devono ancora spunare i denti del giudizio. Capita che te ne vengano fuori due contemporaneamente. Capita quindi di soffrire come un cane per un dolore primordiale, simile al richiamo ululante dei lupi nella notte appena passata dei morti.

Così capita anche di recarsi, in quanto domenica, in un pronto soccorso odontoiatrico. Ci vado perché la situazione è peggiorata, perché ora sembro Marlon Brando nel Padrino e perché spero di placare con qualche farmaco i dolori tipo parto della notte passata.

So quello che mi aspetta come ambiente. Stanzone un po’ squallido, comunicazioni affastellate su una bacheca, soffitto alto, macchina enorme per pagare il ticket che non funziona.

Entro. La sensazione è quella del commissariato di polizia: un perenne senso di colpa ti opprime. Il dottore è sbrigativo nei modi e nelle parole. Poco spazio ai convenevoli, mi intima di sedermi sul lettino. Inizio a sudare, ero convinto che mi desse solo un farmaco antibiotico. Estrae specchietto e quell’uncino maledetto. Inizia a scassare e non esagero, la mia gengiva con la furia e la cattiveria di uno che è lì alla domenica, che ha delle ferie arretrate, che ha l’infermiera non figa, che il caffè della macchinetta è peggio di quello dato a Sindona, che ovunque c’è odore di disinfettante, che tanto non cambia mai nulla, che magari lo sciopero lo facciamo sul serio, che porca puttana al Manghelli stavolta gli faccio sputare sangue, che ho più straordinari che ore di contratto, che il parcheggio è diventato un’impresa, che io ci avevo le belle speranze, che uno studio mio se davo retta a mio padre ora…

Smetto di urlare e stringere così forte i pugni che ho male ai polsi. Lascio cadere il braccio lungo il fianco, respiro affannato. Lo stronzo non ha usato neanche un goccio di novocaina.

Giuro, mi sento in colpa. L’effetto questura ha fatto il suo dovere.

Esco e nell’atrio dello stanzone che sembra di essere nella DDR, i presenti mi scrutano: avranno sentito le mie urla.

Io, comunque, non ho confessato.